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Dante in Romagna

Cattolica

nella

Divina Commedia

 

Alla fine del Duecento la guelfa Firenze è divisa tra i Bianchi, capeggiati dai Cerchi e i neri, capeggiati dai Donati, coalizzati contro l’avanzata popolare e favoriti da papa Bonifacio VIII. Il pontefice era desideroso di ottenere il controllo di Firenze e dell’intera Toscana. Dante apparteneva alla fazione dei Bianchi e viene eletto tra i sei priori il 13 giugno del 1300. Si opporrà con decisione ai poteri e alle mire pontificie. Il Papa nel frattempo elegge Carlo di Valois come capitano generale degli Stati della Chiesa, con l’intento di stringere un’alleanza con i Neri e quindi scacciare i Bianchi. A Firenze scoppieranno contrasti e violenze tra le due fazioni, che costringeranno il podestà Cante Gabrielli, ad assumere provvedimenti in linea con il desiderio del Papa di eliminare gli oppositori. Agli inizi del 1302 Dante fu inviato in ambasceria a Roma presso Bonifacio VIII con l’intento di trovare un compromesso. Sulla via del ritorno, il 27 gennaio 1302  riceve la condanna emessa dal podestà. Viene accusato di baratteria (appropriazione di denaro pubblico) e condannato al pagamento di cinquemila fiorini, al bando di due anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 10 marzo Dante non si presenterà a pagare la multa e la condanna diventerà ancora più aspra: viene condannato al rogo e alla confisca di tutti i suoi beni. Sarà poi escluso dalle amnistie del 1311. (Baldo d’Aguglione, giurista e uomo politico, di parte guelfa, vissuto tra il XIII e il XIV sec., il suo nome è legato agli ordinamenti pubblicati il 2 settembre 1311 per concedere l’amnistia agli esiliati fiorentini, nel tentativo di pacificare gli animi alla vigilia della discesa in Italia di Arrigo VII; da questa amnistia fu escluso Dante, insieme a molti ghibellini e guelfi bianchi).  Dante, di fatto esiliato, non rientrò mai più in Firenze e maturò una forte avversione per il pontefice, che riteneva responsabile della sua disgrazia. La sua epopea ha così inizio. In esilio compose opere linguistiche come il De vulgari eloquentia, enciclopediche come il Convivio, trattatitishe come la Monarchia e il suo più grande capolavoro: La Divina Commedia. La commedia è un poema allegorico, che associa al senso letterale un sovrasenso simbolico. Narra il viaggio nell’aldilà di Dante all’età di trentacinque anni, partendo da una “selva oscura”, simbolo della perdizione morale, in cui egli si smarrisce. Attraverserà poi l’Inferno, luogo di punizione eterna dei peccatori, il monte del Purgatorio, deputato alla purificazione dei peccati meno gravi, fino ad arrivare al Paradiso e all’Empireo, vero fulcro del mondo celeste e sede dei beati.

La Romagna fu il primo territorio in cui Dante trovò rifugio e ad accoglierlo fu Forlì, città appartenuta ai ghibellini Ordelaffi. Nel tragitto verso la pianura, percorre la valle del Montone. La Romagna è presente nei ricordi dell’esule infatti  il suo passaggio nei pressi di San Benedetto in Alpe e la vista della cascata dell’Acquacheta lo ispirerà per descrivere il Flegentonte, il fiume infernale che cadeva dal settimo cerchio delle Malebolge.

Dante giunge a Ravenna nel 1318. Proviene dalla corte veronese di Cangrande e trova nella città romagnola un ambiente colto e interessato all’arte e alla scrittura. Era partito nell’agosto per la spedizione diplomatica ravvenate, con l’intento di mediare tra il doge e i polentani per risolvere le questioni riguardanti la navigazione nel mar Adriatico. I romagnoli arrecavano disturbi e sabotaggi ai traffici marittimi di San Marco, provocando rappresaglie da parte dei veneziani nei confronti di Ravenna. Questi contrasti erano scaturiti a causa del controllo ed l’egemonia che la Serenissima voleva imporre e esercitare sul commercio del sale in Adriatico. L’alleanza tra la Repubblica veneta e Forlì aveva ulteriormente preoccupato Guido, che temeva che temeva un congiunto tentativo di sottrarre le saline di Cervia al proprio potere. Dante in questa situazione delicata fu scelto come oratore per i buoni rapporti che da tempo intrattiene con la corte forlivese.

La missione presso il doge ottiene esito positivo per i polentani. Dante può tornare a Ravenna, ma attraversando a piedi le valli paludose di Comacchio, contrae la malaria. In assenza di cure efficaci, la febbre altissima ne decreterà il decesso. Muore a Ravenna durante la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321.

Nel 1483 per volere di Bernardo Bembo, rettore di Ravenna per conto della Repubblica veneta, il sepolcro di Dante verrà trasferito nella parte occidentale del chiostro. L’incarico di scolpire l’immagine del poeta fu affidata a Pietro Lombardo, che scolpì un basso rilievo raffigurante Dante pensoso davanti ad un leggio.

La tomba diverrà oggetto di dispute e controversie provocate soprattutto dai fiorentini, che dopo aver esiliato Danta quando era in vita, avanzavano pretese di riaverlo da morto. Nel 1778, quando Luigi Valenti Gonzaga s’insediò a Ravenna come legato pontificio, il cardinale decise la costruzione di un nuovo sacello. Fu incaricato l’architetto ravennate Camillo Morigia, che tra il 1780 e il 1782 realizzò l’attuale sepolcro a forma di tempietto neoclassico coronato da una piccola cupola sormontata da una pigna.

La Romagna diviene per Dante il suo primo rifugio e la sua ultima dimora. In questo territorio ospitale può formulare progetti di vita e ipotesi sul suo ritorno in patria. Il desiderio di Dante è quello di giustizia e di un ordine morale capace di porre fine al malgoverno diffuso nella sua patria fiorentina ma anche nel resto d’Italia. Il suo stato d’animo è sovente attraversato dalla nostalgia che è innervata dal dolore del mancato ritorno a Firenze, ma anche dalla necessità di un di un equilibrio tra il potere civile e quello religioso, che ha generato l’usurpamento delle libertà comunali da parte della Chiesa ai danni dei diritti spettanti all’imperatore.  La natura delle vallate e degli elementi naturali romagnoli saranno il luogo ideale per evocare i ricordi e per ritrovare una tanto ricercata quiete, che lo ispireranno per le proprie raffigurazioni poetiche. La Romagna sarà un luogo fondamentale per poter scrivere la “Divina Commedia”, portando in scena stati d’animo e inquiete passioni. I personaggi del presente e del passato vi confluiscono come incarnazioni della storia e del pensiero. I personaggi e i luoghi romagnoli presenti nella Commedia sono secondi solo alla Toscana. Nello svolgersi della Commedia, accanto ai mondi della dannazione, della purificazione e della beatitudine, si allinea il percorso esistenziale del poeta, che richiama nel presente l’Inferno, nel Purgatorio gli anni andati, nel Paradiso il futuro inteso come luogo della premiazione eterna.

Di seguito riporto le storie che Dante racconta nella Divina Commedia e che descrivono la Romagna e i suoi personaggi:

Un mostro orrendo, Minosse, sbarrava ringhiando la soglia d’ingresso dell’inferno  e a lui i dannati confessavano le proprie colpe. Lui, arrotolandosi la coda attorno al corpo, indicava il cerchio nel quale si sarebbero inabissati per sempre. Dante e Virgilio, riescono a fuggire dalle minacce del mostro e a proseguire nel proprio cammino, verso il cerchio in cui i lussuriosi erano puniti in una bufera infernale che li travolgeva senza sosta. Dante notò due anime dannate: Paolo e Francesca.  Quando era in vita Francesca da Polenta, nota come Francesca da Rimini sposò figlia terzogenita del signore di Ravenna, sposò il malforme Gianciotto Malatesta per favorire l’alleanza tra le due casate. Francesca però è innamorata ed ha una relazione segreta con Paolo Malatesta fratello di Gianciotto, ma viene scoperta e pugnalata da quest’ultimo intorno al 1285. Le anime di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta sono le prime figure romagnole a farsi avanti all’interno dell’Inferno. Francesca narra la vicenda, mentre attorno a lei il vortice della bufera sembra attenuarsi. La descrizione che Dante compie del secondo cerchio è densa di umori tragici e cupi, gli accenti che fa risuonare sono una descrizione della personificazione dell’amore che prende il cuor “gentile”, che non permette a nessun innamorato di sottrarsi, che si tramuta in piacere fino alla tragica conclusione. La condanna dei due amanti è definitiva, ma Dante nutre una sentita simpatica nei loro confronti, tanto da fargli scaturire profondi echi poetici. Prova pietà per i due dannati e un umano affetto lo coinvolge nei loro confronti, mentre condanna l’uccisore: “Caina attende chi a vita si spense”. Gianciotto il loro assassino ancora vivente è atteso nella prima delle quattro zone, in cui è distinto il nono cerchio dell’Inferno dantesco, riservato a chi tradisce e uccide i propri familiari. Il castigo eterno a lui inflitto sarà quello dell’immersione perpetua nel ghiaccio, simbolo del congelamento dei sentimenti e della freddezza del cuore. Il sanguinario potere malatestiano sarà destinato a trovare ulteriori echi all’interno della Divina Commedia.

Il XX-VII canto è dedicato alla Romagna e al contrasto con Papa Bonifacio VIII e porta in scena Guido da Montefeltro. Alle anime infernali è concesso vedere gli eventi futuri. Guido con l’anima intrisa di nostalgia, riconosce Dante e capisce immediatamente che quest’ultimo proviene dal mondo dei vivi, pertanto lo supplica di raccontargli notizie sulla situazione politica in Romagna e ci tiene a raccontare la propria vicenda convinto che il poeta non sarebbe più tornato nel mondo terreno e non avrebbe quindi avuto la possibilità di raccontare a nessuno la sua umiliazione postuma. Dante gli risponde così: “Romagna tua non è e non fu mai / senza guerra né cor dè suoi tiranni, / ma ‘n palese nessuna or vi lasciai”. L’immagine della Romagna trecentesca è quella di un territorio senza quiete, in cui gli equilibri sono influenzati dall’appartenenza guelfa e ghibellina e dai rapporti tra papato e impero. Secondo la visione di Dante, la Romagna è la terra su cui si possono avvertire maggiormente le tensioni politiche e le ambizioni e brame di potere dei signori locali. Ravenna è governata dall’aquila polentana che estende il proprio potere fino alle saline di Cervia, Forlì è dominata dagli Ordelaffi, il territorio riminese è tenuto dai Malatesta da Verucchio. La Romagna era una terra fedele agli imperatori svevi ed era stata riconosciuta come legittimo potere del Papa da Rodolfo I d’Asburgo nel 1278. Guido da Montefeltro fu il condottiero che più si oppose al potere papale, schierato con i ghibellini il suo antagonismo provocò l’intervento armato dell’esercito pontificio. Attraverso uno stratagemma, Guido riuscì a sorprendere l’esercito rivale, fingendo di abbandonare la città, per poi rientrare a sorpresa in armi e sterminando i nemici. La figura del condottieri ghibellino si delinea in maniera evidente sullo sfondo delle lotte medievali in Romagna. Nel 1296, Guido si riconciliò con il papa. Era ormai pentito e riconciliato con Dio e destinato alla salvezza eterna, quando papa Bonifacio VIII, ricordando la sua abilità di stratega, gli chiese consiglio per espugnare con l’inganno la città di Palestrina e sconfiggere definitivamente la nemica famiglia dei Colonna. La città fu presa, ma il papa venne meno ai patti e negò a Guido l’assoluzione per il suo peccato. Dante condanna Guido per non poter condannare il maggior colpevole, essendo papa Bonifacio VIII ancora vivo.

La nona bolgia punisce i seminatori di discordia, la loro pena consiste nell’essere continuamente fatti a pezzi dai demoni in ogni parte del loro corpo. I disseminatori di discordia, grazie alla preveggenza di cui dispongono, sono capaci di formulare presagi e consigli, che affidano a Dante per quando tornerà tra i vivi. L’anima di Pier da Medicina si avvicina a Dante mostrando segni di terribili lacerazioni. Quest’ultimo si arricchì, offrendo servigi a diversi signori che poi metteva in contrapposizione facendo il doppio gioco. La ricucitura e la frattura delle alleanze, i cui furono coinvolti anche i Polenta e i Malatesta divenne la sua attività più nota. La polemica contro i Malatesta accende i toni del canto. Malatestino dell’Occhio guercio in un occhio, noto come Mastìn nuovo, fu signore Rimini dal 1312 al 1317. Aveva appoggiato suo padre, Malatesta il Vecchio, nella presa del potere commettendo violenze contro la famiglia rivale dei Parcitadi.  Le sue mire su Fano, lo spinsero ad ottenere attraverso un delitto il territorio e ad affidare la podesteria al fratello Pandolfo. Malatestino infatti, convocò a Cattolica due importanti esponenti fanesi per un colloquio: Guido del Cassero e Angiolello da Carignano. Aggrediti dai marinai malatestiani, i due furono rinchiusi in sacchi legati con pietre e gettati in mare per annegarli. Dante racconta con sdegno la vicenda. Il vento che soffia sul monte San Bartolo e tormenta i naviganti presso Fiorenzuola di Focara, tra Pesaro e Cattolica, non sarà più temuto dai notabili uccisi in maniera cruenta ed efferata, che solitamente si rivolgevano a Dio per scongiurare i pericoli della navigazione . “Custodiat te Deus a vento Focarensi” (ti protegga Dio dal vento di focara). Nel mondo delle crudeltà senza scampo, il potere malatestiano è considerato più pericoloso e temibile degli eventi naturali e quindi destinato a lasciare echi di profondo sgomento all’interno dell’inferno.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Uno scenario montuoso confinante con la Romagna medioevale fu fonte di ispirazione per Dante per descrivere l’aspra salita del monte del Purgatorio. Nel Quattrocento San Leo era nota per l’edificazione della poderosa fortezza arroccata su uno scosceso sperone di roccia, progettata da Francesco di Giorgio Martini, questa fu di ispirazione per il sommo poeta per descrivere la salita purgatoriale. L’arrivo alla spiaggia distesa ai piedi del monte purgatoriale è un luogo confortante, che si allontana dalle grevi atmosfere dell’Inferno. La poesia, libera l’ispirazione e lo stato di leggerezza per l’anima può risorgere dentro il mondo delle anime purganti. Il purgatorio è l’anticamera per l’espiazione che condurrà al Paradiso, mentre l’inferno per Dante rappresenta un’esperienza antipoetica. E’ un’immersione nel buio delle tenebre e nel male che non consente la luce dell’ingegno, appesantisce la mente con pensieri dolorosi e soffocanti. E’ il  mattino di Pasqua e l’alba primaverile illumina la spiaggia dove le anime vi approdano. Sono anime che si mostrano negligenti o penitenti tardive nel cercare la salvezza.  L’aria è tersa fino al primo girone del monte, mentre Venere splende ancora e offusca la costellazione dei Pesci. Le atmosfere del primo canto sono rarefatte e fanno pensare al medio Adriatico come d’Oriente e alla pace ritrovata da Dante, esule nell’ultima dimora romagnola: Ravenna.

L’amor che move il sole e le altre stelle

La salita verso il Paradiso è un’esperienza che si colloca oltre il conoscibile e comporta una trasformazione della natura umana e qui il poeta si sente come il mitico pescatore Glauco, che dopo aver mangiato l’erba misteriosa di rivitalizzare i pesci, divenne un dio del mare. Dante giunge nel primordiale luogo dell’Eden, sopra di lui si illumina la volta celeste che i progenitori dell’umanità ebbero il privilegio di contemplare. Il Paradiso terreste corona il Purgatorio e attende Dante al termine della salita. Qui avviene il distacco da Virgilio e l’invito è quello di attendere Beatrice sostando dentro il giardino rigoglioso e fiorente. Uscito da percorsi stretti e angusti, Dante imbocca l’ingresso del Paradiso terrestre, luogo in cui erbe, fiori e arbusti crescono e vegetano spontaneamente e in perfetta salute. I sentimenti che accompagnano il poeta lungo i sentieri del giardino primordiale sono di stupore e miracolo. Mentre cammina percepisce un vento leggero e delicato accompagnato dal cinguettio armonioso degli uccelli. E’ questo lo scenario in cui vengono rappresentate le delizie dell’Eden, che evocano la pineta di Classe solcata dai venti di primavera. Nella Commedia il Paradiso circonda la Terra, che sta al centro dell’universo immobile e attorno ad esse si muovono nove sfere concentriche. L’Empireo, luogo in cui si trova Dio con i beati e gli angeli è il più estremo dei cieli ed caratterizzato da luce pura derivata dall’intelletto e ravvivata dall’amore per il vero sentimento del bene.