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Il pacata romagnolo

Un eroe nostrano

 

Le origini della parola pataca sono antichissime e lontane, infatti in tempi remoti nel sole del Magreb le popolazioni berbere elaborarono una parola molto simile: bataqa.  Deriva dal provenzale patac, dallo spagnolo pataca e a sua volta dall’arabo Bâtâqa contrazione di abû o abon Tâqa nome con cui i mori in Spagna nominavano le piastre spagnole in cui erano impresse le colonne d’Ercole.

Questa parola utilizzata in varie parti del mondo, nella maggior parte dei casi assunse significati legati alla moneta. Nell’Iberia moresca, il bataqa marocchino divenne in lingua spagnola pataca, mentre in portoghese diventò pataco e patacon. Con questi termini si indicava una moneta di poco valore, insomma una patacca. Tutt’ora esiste la pataca di Macao, che è la valuta ufficiale di Macao, una delle regioni amministrative speciali della Cina insieme ad Hong Kong. Il nome “pataca” deriva da una moneta in precedenza molto popolare in Asia ed introdotta a partire dal 1894 come unità di conto.

Nel corso del XIV secolo la parola “pataca” valicò i Pirenei diffondendosi nella Provenza cristiana di cui ne restano tracce in una moneta di rame,c he in quel secolo ebbe diffusione ad Avignone. I patacus o patac aveva un valore di due denari piemontesi.

La diffusione del termine “pataca” è attribuibile ufficialmente al XIV secolo. Il termine si diffuse nell’Italia centrale. In Toscana in età prerisorgimentale, pataca, era un nome attribuito ai soldati austriaci, ma fu in Romagna che avrebbe assunto un significato però più luminoso e ricco, ampliando l’orizzonte verso un universo vastissimo di significati. Qui infatti divenne un aggettivo per descrivere e caratterizzare un tipo di persona tipico che viveva e tutt’ora vive o è nato in territorio romagnolo: il “Patacca”. Dal significato scherzoso, umoristico e in minima parte dispregiativo se riferito all’uomo, mentre diventa pregevole e un complimento dalla innocente malizia se riferito ad una bella donna. La parola romagnola pataca, è uno degli unici casi tra i vari dialetti d’Italia in cui con un solo termine si possono attribuire vari significati, ricchi di sfumature e colore.

… un po’ tutti, nella Bassa e sulle colline, preferiscono quel dialetto aspro e sferzante infarcito di imprecazioni e di parolacce che, dette così, senza malizia, finiscono col perdere ogni sottinteso di scurrilità. Piuttosto, in quel chiamare le cose con il loro nome, nel mostrarne il senso reale senza artifici di metafore, v’è una sorta di primitivo candore, una stimolante freschezza di sentimenti. Ricordo una vecchissima mondina di Conselice la quale, un giorno d’estate, parlando con il marito perso tanti anni prima, ne decantava il vigore e l’ardore rievocando i suoi primi incontri con lui, tra le ombre notturne dei pioppi. Nel racconto della vecchia, le parole le più rozze e le immagini più crude si caricavano di un’intensa, irripetibile poeticità. Era come se parlasse del vento, del fuoco e del grano. Un amore pieno di ottimismo. Un atto di fede nella vita e nei suoi simboli umani.

                                                                                                                                                             Tratto dal libro di Guido Nizzoli, “Questa Romagna”

Cugini della parola pataca, possono essere il toscano bischero, il milanese pirla, il ligure belìn, l’emiliano pistulon, il siciliano minchione… Il veneto mona è quello che più si avvicina al termine romagnolo perché indica sia uno sciocco o un esibizionista (in romagnolo uno sburone o sborone) sia l’organo femminile.

Il pataca romagnolo rappresenta una moltitudine sfaccettata di persone: c’è il pataca sciocco, quello ingenuo quasi come un bambino, che crede ad ogni cosa gli si racconti e prende la vita alla leggera senza nemmeno rendersene conto.

C’è il pataca ignorante senza intelligenza e cultura, che non ha la minima percezione della realtà e in ogni ambito in cui agisce rischia di causare delle catastrofi senza volerlo. Di questo esiste un aneddoto divertente che spiega perfettamente a che tipo di pataca ci riferiamo. Al teatro di Bagnacavallo si esibiva la cantante Nilla Pizzi e dopo aver cantato diverse canzoni del proprio repertorio, dagli spalti un suo ammiratore gridò i titoli di due sue canzoni che avrebbe avuto il piacere che lei cantasse. Le canzoni erano: Malafemmina e Vipera due grandi classici del repertorio della cantante. Il pacata di turno sentendo urlare questi due nomi e interpretandoli come degli insulti ai danni della cantante, preso da un impeto di protesta immotivata gridò: <<Bròta vaca, putanaza, Troia… >>. Questo ci fa capire chiaramente chi è il pataca scimunito, che agisce senza cognizione di causa imitando e fraintendendo le situazioni, rendendosi ridicolo e imbarazzante senza rendersene conto.

Poi c’è anche il pataca cornuto, quello che è stato tradito e diviene oggetto di scherno nel proprio paese con frasi goliardiche. Il pacata cornuto è totalmente ignaro di essere tradito, che pensa che la moglie le sia fedele ma tutti gli altri invece sanno che è invece un cornuto.

C’è il pataca sbruffone o megalomane che ha un innato potere di ingigantire i fatti o le vicende che gli accadono ma anche le cose che possiede. Se va a pescare ad esempio, se la giornata è andata male e nelle reti non è finito nemmeno un pesce, agli amici il giorno dopo racconterà di aver preso tre secchi di orate o pesce pregiato, creando ilarità o invidia da parte delle persone che lo ascoltano. Il pataca megalomane è anche quello che altera i racconti esagerandone le dinamiche. Come quello che racconta di vincite grandiose al gratta e vinci, quello che regge l’alcool più di tutti, quello che da ragazzo trucca il motorino di cilindrata 50 e riusciva a fargli percorrere il 150km/h. Quello che fa strage di conquiste e amori estivi, che né racconta gli aneddoti vantandosi animatamente e in maniera soddisfatta, ma nessuno lo ha mai visto con qualcuna di queste.

Il pataca sburone (sbruffone) è invece quello che simula qualità che sa di non possedere ma le ostenta e ingigantisce ugualmente. Anche detto sbuciòn, è quella persona che sa vendersi bene con teatralità. gesticolando in maniera buffa. Bravissimo in questa caso è stato Paolo Cevoli interpretando il suo personaggio più iconico: l’assessore Palmiro Cangini.  Questo personaggio con la fascia tricolore indossata alla rovescia argomenta un discorso prolisso, confuso e inconcludente, in cui a malapena si distingue l’argomento, ma continua imperterrito nella sua convinzione di essere un bravo oratore.

 

«Con questo cosa voglio dire? Non lo so. Però c’ho ragione e i fatti mi cosano.».

 Un’altra frase che ripete spesso è «Fatti, non pugnette».

                                                                                                                                               Assessore Palmiro Cangini

 

Fellini diceva che pataca per i romagnoli significa: “ un uomo da poco, un farfallone, che vive ai margini sognando cose difficili, assolutamente lontane dalle sue possibilità”.

Fellini si autodefiniva un pataca e un creatore di personaggi con caratteristiche del pataca, di questi si ricordano: lo zio nel film Amarcord, con la sua reticella ai capelli e il suo stile da ozioso amatore negl’incantevoli ambienti del Grand Hotel di Rimini; il professore che sempre nello stesso film, s’incarta dell’aula tra il muro e l’armadio.

La Romagna è la terra in cui c’è una certa predisposizione a fare la figura del pacata. Nella Romagna dei secoli andati, in cui ci sono state battaglie, attacchi dei pirati, brigantaggio, povertà e miseria, a partire dal terzo millennio è avvenuta una trasformazione radicale, un cambiamento epocale. Con l’avvento del boom economico i romagnoli hanno dovuto cavalcare l’onda, rimboccandosi le maniche per farsi conoscere e farsi trovare pronti per questo cambiamento che li avrebbe resi celebri nel resto della penisole e in Europa. Il passato violento e duro ha dato ai romagnoli quella voglia di riscatto, che attraverso l’ingegno ed il sacrificio, ha contribuito a rendere la Romagna di costa una delle mete più ambite al mondo. La nostra frutta e prodotti dell’entroterra, le nostre scarpe, la nostra cucina, la nostra musica, le nostre spiagge si sono fatte conoscere grazie a questi pionieri del turismo che con sacrificio, ma anche con quella “pataccaggine” tipica di non prendersi troppo sul serio hanno reso questa terra un posto unico.

Tipico dei romagnoli è il loro vitalismo inesauribile, l’ardente voglia di vivere, che viene espressa in varie sfaccettature, attraverso la passione per il proprio lavoro, per le forma d’arte, la passione e la meraviglia per il mare e quella energia e voglia di condividere con gli altri belle notizie o un bicchiere di vino.

Concludo potendo affermare che il Pacata Romagnolo è un eroe nostrano dall’energia scalmanata, di una sproposita simpatia