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L’offensiva della Linea Gotica

IL RIFUGIO

di

MONTE COLOMBO

Il rifugio di Montecolombo è oggi crollato, per avere un'idea di com'era Marco è andato a visitare quello di Gemmano tutt'ora visibile

Il rifugio di Montecolombo è oggi crollato, per avere un’idea di com’era Marco è andato a visitare quello di Gemmano tutt’ora visibile

Quasi ottant’anni fa Monte Colombo pagò duramente il passaggio del fronte di guerra che ne devastò il territorio. In tutte le frazioni le distruzioni furono ingenti e anche le perdite umane fra civili e soldati furono numerose. La guerra aveva investito il territorio del comune il 3 settembre arrivando da est, da San Clemente e Cevolabbate per poi lasciarlo il 15 settembre in direzione Montescudo. In quei dodici giorni tragici, la battaglia sconvolse la terra e la vita della gente che mai aveva immaginato di trovarsi dentro un autentico inferno. La gente dovette cercare un riparo nascondendosi dentro buche scavate nella roccia convivendo con i continui bombardamenti che arrivavano dal cielo e dal mare. La fame e le malattie contribuivano a rendere la vita nei rifugi ancora più dura e aspra, ai limiti dell’umano. Passata la bufera poi, fu necessario raccogliere ciò che rimaneva delle proprie case, resti, macerie e i corpi dei propri cari da seppellire quando era possibile. Le case in un primo momento se non erano totalmente distrutte, vennero puntellate come meglio si poteva e si iniziò a bonificare i campi devastati e disseminati di ordigni esplosivi che in alcuni casi risultavano inesplosi e quindi ancora altamente pericolosi. Non è raro ai giorni nostri che ogni tanto tutt’ora i contadini o gli operai comunali nell’atto di scavare opere edilizie o arare i campi, trovino ancora mine o ordigni di quel periodo. Riprendere l’attività nei campi non fu facile, perchè in molti avevano perso tutto, attrezzature e magazzini e la presenza delle bombe inesplose rendeva ancora più ostica la ripresa delle normali operazioni di agricoltura.

A partire dal 20 agosto 1944 al 6 gennaio 1945 in Emilia Romagna si combattè duramente nell’offensiva per spezzare la Linea Gotica con l’obiettivo di eliminare le forze armate tedesche che erano stanziate in gran numero a Sud del Po. L’offensiva alleata di liberazione durò per più di 130 giorni alternando periodi di stallo a incessanti bombardamenti e battaglie, provocando migliaia di morti fra soldati e civili e anche tanti dispersi e feriti. Quella della Linea Gotica è stata sicuramente la più cruenta e devastante battaglia della storia, combattuta nel nostro territorio. Il 25 agosto quasi mille soldati alleati comandati dal generale Sir Harold Alexander attaccarono a sorpresa gli avamposti e le truppe tedesche che erano asserragliate dietro le poderose difese della Linea Gotica. Gli alleati erano ampiamente supportati dalle ricognizioni e dai  bombardamenti dei propri aerei, da un numero elevato di cannoni e carri armati per il predominio terrestre e un consistente numero di navi dotate di grossi calibri a lunga gittata capaci di colpire i bunker dei tedeschi arroccati nell’entroterra a centinaia di chilometri. I battaglioni tedeschi comandato dal feldmaresciallo Albert Kesserling, non si fecero però trovare impreparate e risposero con tenacia, efficacia e potenza di fuoco facendo fallire la prima fase dell’attacco, chiamata la “Battaglia di Rimini”. Nella seconda fase dell’offensiva detta “Battaglia dei due fiumi” , la manovra alleata sarà fermata questa volta soprattutto da fattori ambientali e naturali avversi, rappresentati dal fango provocato dai fiumi in piena che gonfiati dalle piogge avevano esondato rendendo il terreno impraticabile per soldati e mezzi corazzati.

Le operazioni si fermeranno fino al 6 gennaio 1945 per attendere l’arrivo della primavera e condizioni metereologiche più favorevoli.

Sulle tracce della Linea Gotica, Marco si trova oggi a Montecolombo per ripercorrere e scoprire i segni indelebili delle guerre che sembrano ormai lontane, ma che invece neanche tantissimi anni fa sconvolsero il nostro territorio e segnarono irrimediabilmente le vite dei romagnoli e non solo. La guerra e le battaglie della Linea Gotica tra le più cruente dell’intero conflitto, credo abbiano in qualche modo forgiato lo spirito dei romagnoli, che sopravvissuti alla catastrofe della guerra e a quella che è stata la pagina più buia e dolorosa dell’umanità, sono riusciti a farsi forza l’un l’altro per ripartire per ricostruire un futuro, per tornare a credere che la vita va avanti non si ferma e qualcosa di bello può sempre rinascere in questa terra che ha sofferto ma che ritrova sempre la gioia di vivere senza però dimenticarsi mai che un’ombra pericolosa potrebbe sempre tornare.

LA BATTAGLIA DI MONTE COLOMBO 

La 98° Divisione tedesca ed i reparti di ricognizione della 54° Divisione H.U.D e della 114° Divisione Jager si stanno sgretolando sotto gli attacchi inglesi. In quello stesso giorno, il 14 settembre la 167° Brigata attraversa il rio Valliano, conquistando Cavallino passando alla sinistra della 18° Brigata che nel frattempo prende il crinale di Ripabianca e Monte Tauro, mente nella vallata del fiume Conca il battaglione Forresters occupa Taverna.

Il battaglione Leicester del tenente colonnello Samuel Enderby si raduna nel sole radioso del mattino a Croce di Monte Colombo. Sono le 9 del mattino quando avanzano lungo il pendio erboso a sud della strada alta, lungo un sentiero che si rivelerà ostico e accidentato. Infatti i battaglione qui perderà tre dei sei carri armati d’appoggio che aveva a disposizione, due bloccati da grosse buche nel terreno e il terzo per rottura di un cingolo. Superato questo dannoso imprevisto, il battaglione prosegue oltrepassando Cà di San Marco per poi prendere con facilità il Poggio. A mezzogiorno i Leicester combattono già alla periferia di Monte Colombo. Da qui si preparano per un assalto diretto al paese che però viene impedito dal fuoco delle artiglierie tedesche. Il battaglione è costretto ad un leggero arretramento, il fuoco nemico colpisce un casolare del Poggio dove erano stati imprigionati diversi prigionieri tedeschi, molti dei quali vengono uccisi dalle granate del proprio esercito che non erano a conoscenza di questa prigione. Le operazioni proseguono guadagnando terreno e alle ore quindici gli alleati si preparano per l’assalto finale che si concluderà due ore dopo quando il comando dei Leicester comunica alla 139° Brigata di Allen Block, la parola in codice: “ Trionfo”.

C’è un gran bottino di prigionieri e due carri armati Panther vengono requisiti. La battaglia continua poi verso Montescudo.

VI RACCONTO LA TESTIMONIANZA nel rifugio di Antonio Baffino, fratello di mio nonno Marcello:

<<Nel rifugio che c’era tra Monte Colombo e Trarivi era scoppiata una granata sulla bocca d’entrata e mio padre venne ferito all’addome, un contadino venne ferito ed un ragazzo perse i sensi per la forza dell’esplosione. Io mi salvai miracolosamente non essendo uscito completamente dalla grotta del rifugio.

Due giorni prima di quell’episodio stavamo ultimato e rinforzando il rifugio in vista dei bombardamenti da parte degli inglesi che sarebbero arrivati alla conquista di Montecolombo. Era mattina ed un soldato tedesco mi sorprese lungo il sentiero che portava al rifugio e mi intimò di aiutarlo a creare un’apertura dentro un pagliaio nel quale si sarebbe dovuto nascondere come vedetta. Preso alla sprovvista e intimorito feci finta di non capire, ma lui insistette animatamente prima sparando in aria due colpi di pistola, poi puntandomi la stessa alla tempia. Non ebbi altra scelta che aiutarlo.

Il lavoro al rifugio fu lungo e faticoso. Lo scavammo io e mio padre e due operai. Utilizzavamo i pochi utensili a disposizione ed anche le mani avanzando di trenta o quaranta centimetri nel terreno duro. Nel nostro rifugio eravamo circa quaranta e ce n’era uno ancora più grande a dieci metri dal nostro. Ad un certo punto unimmo di due rifugi con un corridoio. Per bere usavamo l’acqua che veniva giù da un fosso, era sporca, con i bigatini dentro e così la filtravamo con un panno. Per mangiare ci arrangiavamo con l’uva di una vigna vicina al rifugio. Mia mamma aveva preparato il pane che era duro come delle gallette ed avevamo del formaggio. Abbiamo mangiato anche la carne macellando dei buoi. Al rifugio avevamo portato cinque buoi che tenevamo nascosti in un bosco. Purtroppo i bombardamenti li colpirono e per due giorni ne abbiamo strappato brandelli di carne per poi seppellirli. Dal rifugio si poteva uscire solo tra le sette e le otto del mattino perché a quell’ora gli inglesi prendevano il thè e non sparavano. Tutti gli uomini abili presenti nel rifugio dovevano aiutare a scavare le buche. Erano momenti drammatici e la paura e la fame minavano la tenuta emotiva delle persone. Nel rifugio si stava male, non si riusciva a stare in piedi e si doveva uscire a carponi. Davanti all’uscita avevamo messo dei sacchi pieni di terra con dei materassi sopra, tra le rocce e i sacchi. Vivere all’interno del rifugio tra pidocchi e dissenteria era disumano. Ero calato di peso come tutti gli altri e si viveva in uno stato di spaesamento e terrore perenne.  Nel rifugio siamo stati venti giorni e per anni quando si incontrava qualcuno del paese si finiva spesso a ricordare quei giorni drammatici ed indelebili >>.

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